Sei in questa pagina e forse vuoi capire meglio chi sono, allora provo a raccontarmi.

Alle 4.30 del 27 Febbraio 1967 mi sono ritrovato per la prima volta in braccio ai miei genitori, ho quindi vissuto in pieno i meravigliosi anni ’70/’80, quelli della sperimentazione delle idee, delle radio libere, delle scoperte e del rock&roll.

Un periodo dove i giovani erano incoraggiati a spiccare il volo. 

Nella mia vita ogni cosa ha avuto un impatto

Guardando indietro, posso vedere che ho sempre viaggiato su più traiettorie, a volte in competizione, passando da un capitolo all’altro.

Urti, abbracci, abbandoni, vittorie, sconfitte, espansioni, limiti…e un unico grande scopo: trovare il mio posto.

In una società in continua evoluzione tenere fede al proprio scopo non è facile, ma io sono andato avanti così, alla continua ricerca di nuovi obiettivi, emozioni e responsabilità.

Se dovessi definire il mio modo di vivere direi che è senza dubbio rock & roll.

A 18 anni ero a San Siro per il leggendario concerto di Bruce Springsteen, centomila persone con gli occhi lucidi e pronte a giurare amore eterno al rock&roll.

La musica è un elemento cardine nella mia crescita personale perché genera dei legami forti quando le parole magari non bastano.

Ho fatto tante cose, ma quello che amo di più è esplorare nuove opportunità

Ho passato la mia gioventù in riva al mare. Pesaro è una città magica perché in certi momenti dell’anno il sole sorge dal mare e poi tramonta sempre sul mare.

Credo che il mare, con i suoi spazi infiniti, abbia influenzato la mia apertura mentale.

Mi piaceva organizzare delle feste memorabili e da ragazzo ho fatto diversi lavori per mantenermi da solo.

Qualche giorno fa ho ascoltato un episodio del podcast “Lo stagista” di Filippo Grondona dove l’intervistato Carlo Vanzini sosteneva che “anche se una cosa non la sai fare, i treni che passano vanno presi, perché poi con il biglietto ti sistemi”.

Mi sono ritrovato in queste parole perché questo modo di pensare è stata anche la mia fortuna. Infatti, quando sono attratto da qualcosa prendo il coraggio in mano e via…parto.

Volevo fare il giocatore di basket ma l’altezza limitata mi ha dirottato verso la carriera di allenatore. Ho iniziato molto presto, a 17 anni già guidavo una squadra di coetanei.

Il mestiere di allenatore ha dato il là a tante cose, un lavoro che ho amato tantissimo e che in un certo senso faccio ancora oggi.

Poi, per una serie di circostanze e di treni che passano, mi sono ritrovato a fare il General Manager nelle più importanti squadre di serie A di pallacanestro, un lavoro importante che ho fatto per più di 20 anni sempre con una fissa in testa: fare di tutto per essere competente e all’altezza del ruolo.

Lo sport professionistico mi ha insegnato che competenza, allenamento e perseveranza sono i fattori decisivi per fare una bella carriera, e che la competizione è una guerra, per fortuna senza vittime, da combattere in ogni modo ma con rispetto per gli avversari.

Sono una persona in eterno movimento e non è un caso che la mia canzone simbolo sia Born to run.

Uno dei passaggi fondamentali del mio percorso è quando, all’apice del successo come top manager, sono andato alla ricerca di nuovi orizzonti professionali.

In tanti mi hanno dato del pazzo a lasciare una posizione importante per inseguire l’imprevedibile.

All’inizio ho tentennato perché il cambiamento spaventa e si preferisce rimanere ancorati a lavori che non motivano più invece di progettare delle nuove possibilità.

Io sono riuscito a cambiare più volte la mia strada e per questo tanti professionisti, organizzazioni e giovani si fidano delle mie competenze per lo sviluppo di carriera.

Ho esplorato mezzo mondo ma i due viaggi-studio in Namibia hanno avuto un impatto dirompente nel mio modo di vedere la realtà.

Tutto quello che avviene nel wild, dove vige la sola legge della sopravvivenza del più adatto, è un esempio formidabile per capire la complessità della vita e saper affrontare la giungla del mondo del lavoro.

Le relazioni sono il succo dell’esistenza ma, come le belle canzoni, non seguono un copione prestabilito e sono zeppe di sorprese

Ho lavorato con ogni tipo di team e personalità, occasioni che mi hanno acceso la passione per le dinamiche interpersonali.

Le caratteristiche delle persone, i segni della pelle, i diversi linguaggi, i modi di comunicare, i tratti culturali e le potenzialità dell’essere umano sono aspetti che mi affascinano.

Mi entusiasma lavorare con team multi-generazionali perché, come diceva Wittgenstein“I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo. Tutto ciò che io conosco è ciò per cui ho delle parole”.

E quando si mette insieme un gruppo di persone, le differenze emergono tutte ed è bellissimo trasformarle in potenziale da mettere a fattore comune.

Sono cresciuto con l’idea che non posso piacere a tutti

Le giornate passate con mio nonno mi hanno tatuato sulla pelle il coraggio di sospendere il senso di vergogna e l’importanza di inseguire sempre quello in cui credo.

Ho compreso che una scelta, giusta o sbagliata, non va letta con l’ossessione di spiegare l’errore, ma va riferita a quello che posso migliorare in relazione a quello che voglio realizzare

La virata professionale mi ha portato ad occuparmi di sviluppo delle risorse umane e a mettermi il cappello del mentore, una professione appassionante dove mi sento un ponte verso la conoscenza e le persone si servono di me per compiere la loro traversata.

Il mio lavoro è molto bello perché mette la persona al centro e per questo motivo sento la responsabilità di donare sempre il mio massimo.

Tanti colleghi mi dicono che sono un fesso a dedicarmi in questo modo, ma io non riesco ad essere diverso.

Ad esempio, quando i giovani mi contattano per un confronto, io trovo sempre il tempo da dedicargli perché so quanto è stato importante per me avere delle persone di riferimento.

I giovani d’oggi hanno bisogno di orizzonti in cui credere

C’è una bellissima frase di Bob Dylan, inserita nella prefazione del mio libro Welcome to the jungle, che dice “Essere giovani vuol dire tenere aperto l’oblò della speranza, anche quando il mare è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro”.

La speranza è il motore della motivazione ma per tenerla accesa servono degli scenari attraenti.

I ragazzi di oggi vorrebbero alimentare la propria motivazione, ma per loro tutto è sempre più complicato.

Il bello del mio lavoro è che posso interagire con migliaia di giovani eccezionali, italiani e stranieri, una generazione meravigliosa che ha solo bisogno di essere compresa e valorizzata. Questa è la mia grande missione.

Tutti coloro che mi cercano sono prima di tutto delle persone con cui condividere qualcosa, poi forse anche dei clienti

Fino a qualche anno fa tutti potevamo immaginare il futuro esattamente da quello che vedevamo nel presente, ma oggi non è più così.

Stiamo vivendo un periodo storico in cui è facile fraintendersi, dove tendiamo a chiuderci per parlare solo con chi già conosciamo o ci assomiglia, dove la sofferenza emotiva, l’incertezza sul futuro e il cambiamento sono delle presenze quotidiane difficili da affrontare.

Oggi, dopo aver attraversato tanti territori, mi è chiaro che siamo tutti parte della stessa storia e sento forte l’urgenza di contribuire a disegnare insieme un futuro che c’è.

Lucio Zanca

Manager| Career mentor | Consulente | Docente
Esperto di team working multi-generazionale, leadership e job placement

Autore Welcome to the jungle Feltrinelli ed. Gribaudo

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