LE BELLE STORIE FANNO BENE

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Lo sappiamo con certezza: l’uomo ha sempre avuto bisogno di racconti e di relazioni narrative. Pitture rupestri, racconti orali, disegni, scritti sono stati per secoli il modo per divulgare fatti, cultura, educazione, storia, tradizioni, opinioni, miti, favole.

Oggi i modi e i luoghi dello storytelling sono cambiati ma il bisogno di condividere storie rimane un aspetto prioritario della vita quotidiana. Condividere per accreditarsi socialmente, per trasmettere esperienze, per suscitare attenzioni reciproche, per il riconoscimento del sé. L’identità di ogni persona è fatta di storie, di memorie, di racconti, di aneddoti, di valori, di immagini, di esperienze, di emozioni.

Il Prof. Hutton, noto pediatra di Cincinnati, ha dimostrato che raccontare favole ai bambini insegna a integrare suoni e immagini in modo eccezionale attivando la capacità di elaborare significati, visioni, intuizioni e creatività.

Ogni storyteller ha un proprio stile. Io mi diverto a sperimentare. Traccio d’inchiostro chilometri di pagine bianche. Ho delle mie linee guida per dare senso ad un mio racconto. Oggi le voglio condividere con tutti voi e… magari trasmettervi voglia di sperimentare. Eccole qua:

  • Sono convinto che tutte le belle esperienze meritino di restare in memoria. Io prendo appunti con regolarità, in pagine bianche. Le Moleskine sono le mie preferite.
  • Scrivo in forma di articolo utilizzando uno stile narrativo il più possibile omogeneo.
  • Cerco di essere breve. Non serve raccontare tutto ma ciò che è significativo: una persona, un dialogo, un sapore, un luogo, un imprevisto, una caratteristica straordinaria.
  • Curo con attenzione l’inizio e la fine del racconto. Possono essere vivaci, emozionanti, memorabili. Penso a parole che entrino con dolcezza nella mente di chi legge, come una musica piacevole.
  • Descrivo particolari. Quando si beve un buon bicchiere di vino si può raccontare il gusto, il colore, l’odore, il momento, i pensieri…
  • Cerco di usare termini originali, miei. Personalizzo la descrizione per renderla unica, autentica. Sono convinto che sia più interessante.
  • Faccio attentione che ci siano le 5W: Who (chi), Where (dove), When (quando),  What (cosa), Why (perché).
  • Raccolgo informazioni in modo insolito. Colori, frasi, persone, volti, voci, sensazioni. Voglio scovare i segni che possano rendere diverso il racconto.
  • Rileggo quello che ho scritto in più momenti. La prima stesura è spesso cronaca pura. Servono ritocchi, alleggerimenti, tagli di aggettivi e avverbi inutili.
  • Lo storytelling presuppone un ascoltatore o un lettore. Che senso ha una storia senza chi l’ascolta? Perciò cerco di mettermi nei panni degli altri, con un atteggiamento semplice che possa coinvolgere.

Lo storytelling è un atto di condivisione potente perché crea relazioni forti e durature nel tempo. Allenare le proprie abilità di storyteller è un piacere immenso.

Ecco un esempio di un mio racconto:

Barcellona è Gaudì, ma anche Gaudì è Barcellona.
Barcellona, 13 Agosto 2015.
Una giornata colorata. Un sole stupendo accompagnato da quella leggera brezza che solo le città di mare possono esprimere. Passeggio con il piccolo Luca attaccato alla mia mano. Mattia è la guida ufficiale, è lui che decide il programma per tutti. Io e Fabiana lo assecondiamo. E’ felice del suo ruolo.

Oggi, Mattia ha previsto la visita  alla Pedrera e poi a casa Batllò, due grandi opere di Gaudì. Conosco bene questi luoghi. Sono stato molte volte a Barcellona ma quando entro in contatto con l’universo creativo di Gaudì le vibrazioni sono sempre nuove e speciali. Questi due edifici sono straordinari.

 

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Un’atmosfera misteriosa mi avvolge. Mi sento alla scoperta dei segreti più intimi di questa splendida città. Quando viaggio, ho sempre voglia di catturare quelle “leggende” che in pochi conoscono. Vivo con il desiderio di ricerca e questa città così vitale, frizzante, operosa, solare, allegra, a metà strada tra il mare ed il cielo, mi attrae per i suoi lati più nascosti. La sua forza è l’orgoglio Catalano ma il suo sguardo è sempre rivolto al mondo.

Oggi ho un’immagine ricorrente: “Barcellona è Gaudì, ma anche Guadì è Barcellona”.
Andata e ritorno. Yin e Yang.
Mi piacerebbe essere Guadì per la sua abilità di esprimere bene l’orgoglio delle proprie origini. Forse, ci accomuna il desiderio di  toccare aspetti universali della vita. Quando me lo nego, nego me stesso.
Gaudì rappresenta l’investigare, la sperimentazione, il costante processo di miglioramento. Lui è capace di rappresentare la forza della luce come componente essenziale della vita e la vitalità dell’architettura come collegamento con la natura.
Gaudì ci ricorda quanto siano importanti le percezioni. Ogni cosa è parte del grande libro della natura. Dobbiamo sempre ricordarci di leggere il grande libro della natura.
Pezzi di vetro, bottiglie, ceramiche, oggetti di recupero, sostenibilità, colori, aspetti animali…tutto insieme in un irresistibile collegamento tra uomo e natura, disegno e realtà, basico e stravagante, classico e moderno, particolare e universale.

 

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Qui tutto è complesso ma anche semplice allo stesso tempo. C’è una sensazione diffusa di libertà perché, in fine dei conti, se tutto diventasse troppo cerebrale sarebbe difficile da percepire.
Gaudì è capace di lasciarci andare  verso sogni magici che solo un grande genio sa creare. Mattia e Luca sono armati di cuffie e sembrano rapiti da ciò che vedono e ascoltano, sono interessati alle descrizioni.
Di Gaudì mi fido. E’ possibile conoscerlo fino in fondo. Mi appare autentico. Lo hanno detto anche i suoi professori al momento della laurea: “Oggi non sappiamo se stiamo laureando un genio o un pazzo…”
Che cosa mi affascina di Gaudì?
Che non può esistere una sua copia. Che esprime quello che pensa ed è. Che permette a tutti di viaggiare con la propria fantasia, dove si vuole e come si vuole. Che traccia quello che desidera ma lascia spazio alla natura delle cose.
Poi se ne va e sembra non esserci più…rimani tu e le sue magiche atmosfere.
Io non capisco nulla di architettura e di arte. Sono ignorante al 100%, ma quest’uomo mi affascina perché è coerente con la città che rappresenta.
Barcellona è Gaudì, ma anche Guadì è Barcellona.